venerdì 11 maggio 2012

Siamo Marocco. Siamo finalmente pronti!

Missione compiuta!! Ore 12 circa, siamo sotto al cartello stradale che in arabo ed in francese segnala
l'ingresso nella cittadina di FKIH BEN SALAH!!
Con una breve e commossa cerimonia applichiamo l'adesivo ufficiale del viaggio su di esso, stringendoci la mano
e dandoci pacche sulle spalle per complimentarci del coronamento del nostro sogno.
Non siamo semplicemente arrivati qui percorrendo centinaia di chilometri, siamo giunti qui dopo un percorso
spirituale e culturale che ci ha trasformati. Ora siamo Marocco. Siamo Africa. Siamo Ruby.
Festeggiamo il successo e la nostra ultima notte in Marocco a Mehdia, una cittadina di mare a nord di Rabat dove
durante il giorno si radunano tutti i coatti della zona che fischiano alle ragazze, fanno su e giù per la strada
con macchine scassate ma super pompate ecc...ecc...
Cena a base di ottimo pesce (12 euri) e birra in un ambiguo locale frequentato dalla mala locale e da
improbabili "signorine" a pagamento.
Si torna a casa, ultimi 200 km domani per arrivare al posto di Tangeri e poi 2 giorni nella pancia del
traghetto.

44 gradi in fila per sei col resto di 2


Vabbè ragazzi dai, ieri ha fatto un caldo porco oggi davvero si parte presto eh!!
Certo, prima dobbiamo visitare la città vecchia di Ait Ben Haddou accompagnati dal fuorissimo amico marocchino di Remy. Uno che continuamente ci dice che è un musicista (suona percussioni), che canta, che sogna di fare una tournè in Italia (con Remy che ride dicendogli che servono i soldi), che fa tutto pour l'amicisia, pour l'amour, per le relations internasionali, para la vida e los amigos, per far connaitre le patrimonio de l'Unescò a todo el mundo.
Ait Ben Haddou vecchia è veramente carina, completamente deserta salvo qualche raro turista attratto dalla sua fama di set di innumerevoli film (Il gioiello del Nilo, Il giovane Indiana Jones, Il Gladiatore, Kingdom of
Heaven, Prince of Persia, Lawrence d'Arabia, gesù di Nazareth ecc...ecc...), ed in un'oretta l'abbiamo vista
tutta compreso il granaio fortificato sulla sommità della collina.
Un ultimo saluto a Remy che parte per tornare a Tolosa a lavorare e puntuali coome sveglie saltiamo sulle moto quasi a mezzogiorno (sempre per via di guidare con il fresco...).
La meta è Marrakech, che ci attira certo meno delle piste dell'Atlante sulle quali abbiamo guidato la settimana scorsa, ma ormai che siamo a 150km sarebbe un delitto non trascorrerci almeno una sera.
A dividerci dalla sua confusione fortunatamente c'è una delle più belle strade del Marocco, il passo del Tizi 'n Tichka: essendo già ad Ait Ben Haddou evitiamo la parte sud del Tichka in favore della strada secondaria (che si ricongiunge alla principale appena sotto al passo), sempre asfaltata ma ben più isolata e panoramica. Ci troviamo infatti a guidare lungo una vallata spettacolare, stretta tra montagne rosso fuoco con il solito
tappeto di verde smeraldo...è incredibile quanto sappia essere lussureggiante questa terra.
C'è pure il tempo per fare "rifornimento in volo" al Transalp di Marco e al Pegasino succhiando con un tubo di gomma 10 litri di benzina dal serbatoio di Claudio (io stupidamente ieri non ho riempito la cisterna e oggi mi ritrovo a corto quasi come gli altri due arrivando dopo 70km di spia della riserva accesa a fare un pieno da 32,60 litri su 33).
Quando ci riforniamo di benzina sono circa le 16 e il termometro del GS segna 39 terribili gradi...ci
trasciniamo fino ad un bar per un favoloso gelato confezionato (dopo 15 giorni pure quello ha il sapore di
paradiso!) prima di affrontare gli ultimi 38 chilometri durante i quali il termometro sale fino a 44°.
Vestiti da capo a piedi, con stivali da fuoristrada, moto bollenti, 44° e il traffico di Marrakech arriviamo al
primo hotel che incontriamo lungo la strada e lo prendiamo senza discutere...siamo veramente a pezzi, le scorte di acqua nelle camelback prosciugate o buone per farci il tè. Basta buttarci dentro la bustina.
Serata turisti in sandali e pantaloncini corti (finalmente!!) gironzolando intorno alla piazza jbabujalùj o
qualcosa di simile (è difficile dai!!) tra incantatori di serpenti, scimmie ammaestrate e maltrattate dai propri
padroni, spremute d'arancia gelate che sicuramente mi si riproporranno domani, turisti di ogni parte del mondo, suonatori di bonghi, qualche birra e tajine (EBBASTA!!!!) sulla terrazza di un ristorante che domina questa parte della città. Compreso nel prezzo della cena il modesto spettacolo della versione sovrappeso e scoordinata di Shakira che prova (ovviamente invano) a coinvolgerci nella sua danza del ventre.
Domani mattina sveglia presto, partiamo con il fresco. Bwahahahahahaha....

mercoledì 9 maggio 2012

Baristi e coiffeurs

Il proposito di partire da Zagora col fresco si concretizza in una partnza a mezzogiorno e mezzo, con 37 gradi all'ombra. Non chiedete perché, non lo sappiamo nemmeno noi!

Oltretutto la strada che vogliamo fare non è quella asfaltata che porta direttamente a Ouarzazate (meta del giorno), ma una pista sterrata che corre parallela alla strada normale, in quella che viene chiamata la valle delle mille kasbah. E' una striscia di terra eccezionalmente fertile e lussureggiante che si snoda lungo il percorso del fiume, una bellissima vallata punteggiata di palmeti, coltivazioni, piccoli villaggi e -scopriremo presto- tanta polvere e sabbia.

Non solo fa un caldo rovente, ma seguire la pista principale si rivela ben presto un'impresa. Un dedalo di sentierini, deviazioni e incroci ci porta più volte in strade senza uscita o in posti da cui dobbiamo comunque tornare indietro. Ogni volta è una faticaccia, Giacomo resta impantanato in un sabbione in salita e devono spingerlo in due per tiralo fuori, Marco scivola a bassa velocità su una cresta di sabbia e ghiaia e appoggia la moto su un fianco. Sono tutte cose "da poco", ma è tale il caldo che ogni volta che rialziamo una moto o dobbiamo fare una semplice inversione ci ritroviamo col fiatone e zuppi di sudore. Sono circa le tre di pomeriggio quando decidiamo di abbandonare l'impresa e di riguadagnare la strada asfaltata. in quasi tre ore abbiamo percorso poco meno di trenta km, siamo stanchi morti e ci sono ancora 150 km per Ouarzazate.

Con l'asfalto va decisamente meglio, anche se il caldo soffocante rende estremamente spossante anche guidare su strade normali. Arriviamo infine a Ait Ben Haddou un suggestivo paese alle pendici di una specie di antica rocca (in realtà un granaio fortificato), in cui troviamo subito un albergo modesto dove fermarci, dotato dell'unico vero confort cui non sappiamo/possiamo rinunciare: la doccia calda!

Nel frattempo Emiliano e Simone sono riusciti anche a contattare Remi, un tipo che hanno conosciuto giorni fa all'officina di Aziz, quando il Pegaso era sotto i ferri per tentare di aggiustarne la carburazione.
Si trova in un paese vicinissimo a dove siamo noi e stasera tiene una festa a casa con degli amici per festeggiare i suoi ultimi giorni in Marocco. Tra pochi giorni tornerà in Francia, suo paese d'orgine, perché dopo mesi di vita da disoccupato ha finito i soldi!

E' ormai sera inoltrata quando Remi ci viene a prendere col suo pulmino/camper e ci porta a casa sua, dopo qualche minuto di guida molto... spigliata lungo le buie stradine della vallata.
Basta varcare la soglia della sua abitazione, in un quartiere deserto con in terra solo polvere e sassi, per essere proiettati in una soprendente dimensione parallela: tre ragazzi e due ragazze, tutti decisamente europei, alle prese con bistecche alla brace, birre ghiacciate (birre, santocielo, BIRRE!) e musica dei Mano Negra in sottofondo! Il tutto nel cortile di una tipica casa Berbera, fatta di mattoni e fango alla maniera del luogo, ma completamente ristrutturata e ripulita. E' seguita una serata decisamente alcolica e piacevole, dove tra le altre cose, in un mix di inglese/francese/italiano/spagnolo si è giocato a "indovina il mestiere dalla faccia". Sarete felici di apprendere che io sono risultato essere un barman di night club (o, in alternativa, il proprietario di un ristorante), Giacomo un imprenditore, Simone uno statale a cui cade la penna alle 4 del pomeriggio, Marco un coiffeur e Emiliano un informatico. Niente male, eh?

Ancora foto, solo foto

martedì 8 maggio 2012

Foto, foto!

Partenza intelligente

L'imperativo è partire presto la mattina per evitare il caldo di questo sud del Marocco. E infatti la sveglia suona alle 6.30, ma non si sa come mai (anzi si sa...) riusciamo a partire solo alle 9 quando il termometro segna già 30 gradi.
Percorriamo 170 scorrevoli ed asfaltati chilometri fino a Tezzarine in un paio d'ore, fermandoci solo per rifornire The Drinkin' Mytho con qualche bottiglia di benzina da un vecchietto suonato e per scattare alcune foto ad un gregge di dromedari che bruca non si sa cosa lungo la strada.
Il programma studiato ieri sera prevedeva una partenza con il fresco ed una lunga sosta nel mezzogiorno per evitare di guidare nelle ore più calde: almeno su questo siamo precisi...con la scusa di fermarci per un tè ci areniamo in un improbabile "centro turistico" dotato di piscina, facendo nostra la zona ristorante e i provvidenziali divanetti per circa 4 ore.
Alziamo le stanche membra dai divani solamente per ingoiare svogliatamente gli immancabili spiedini di pollo allo zafferano (buonissima la cucina marocchina, ma sto cominciando ad andare in overdose da carne!)
A contribuire alla nostra apatia la televisione trasmette un film indiano doppiato (male) in lingua araba che nonostante i nostri sforzi proprio non riusciamo a non guardare e commentare.
Ripartiamo sotto un sole che continua a mordere feroce, mancano gli ultimi 90 km per arrivare a Zagora. I primi 30 di asfalto, il resto su una pista che costeggia la nuova strada in costruzione (mi ritorna alla mente il viaggio in patagonia, con i lunghi tratti di Ruta40 asfaltata pronta per essere aperta al traffico).
Il caldo è soffocante (37°) quasi quanto la polvere che si solleva al nostro passaggio. Chiudo il gruppo e per lunghi tratti non riesco a vedere la pista interpretandone il fondo in base ai movimenti di Claudio che mi precede. Quando si siede mi siedo, quando si alza in piedi faccio lo stesso, quando lo vedo sbandare per un momento mi aspetto una buca di sabbia.
Procediamo cosi per un pò, e ci fermiamo per riposare vicino ad un pozzo nei pressi del quale 2 bambine ci mostrano alcuni oggetti per venderceli. Sono chiaramente ninnoli donati da gente di passaggio perchè vanno dal braccialetto in ferro alla catenina jamaicana con la foglia di marjiuana, al porta cellulare con il simbolo berbero. Ma come si fa a non dare soddisfazione a queste 2 bimbe? La più piccola ha 2 occhi neri ed uno sguardo cosi serio che non è possibile resisterle...
Nere come i suoi occhi ed i suoi capelli sono le montagne che ci circondano, ora che siamo fermi possiamo alzare lo sguardo dalla strada e capire dove siamo. Nere le pietre che ricoprono il fondo della valle, eredi sbriciolate di un evidente passato vulcanico. Certo tutto questo nero non aiuta a rinfrescare la situazione...
L'arrivo a Zagora è un orgia di palme e di gente per strada, centinaia di ragazzini, meccanici in motorino che ci affiancano per offrirci i servizi della loro officina (ma perchè mai indicheranno la forcella del Pegaso intrisa di olio? Mah...). Dopo un lungo peregrinare avanti e indietro troviamo sistemazione in un modesto ma centrale albergo, le moto parcheggiate sporche e polverose nella hall.
Fa caldo, pure alle 9 di sera...mi sa che domani dovremo partire con il fresco :-)

lunedì 7 maggio 2012

Dune

La mattina è un po' surreale, per usare un eufemismo.

Mi sveglio alle 6, mosso da un incontenibile moto autolesionista: devo vedere l'alba nel deserto. La sera prima eravamo tutti d'accordo ("sì, sì, bella l'alba, bella!") e poi fuori sulla sabbia, con un freddo boia e i dromedari che ancora dormono (mica scemi, loro) ci ritroviamo solo io e Marco. Dopo un po' arriva anche Giacomo, ma s'è svegliato suo malgrado per la luce della finestra e vari disturbi influenzali/intestinali, per cui non vale.
E quindi diciamolo con onestà, che l'alba nel deserto è molto bella, ma se caschi dal sonno forse il tramonto è preferibile.

Arriva il tempo della colazione e ci si trova a decidere cosa fare. Non sembra esserci grande risoluzione nel gruppo, per cui decido che fare il bagno in piscina potrebbe essere un buon riempitivo in attesa che emerga l'Uomo Forte con la Decisione Giusta. E quindi eccoci qui, con la panza all'aria e i piedi ammollo, una coca ghiacciata in mano e un libro nell'altra, a 10 metri in linea d'aria dalle dune del deserto, su una sdraio sotto un'ombrellone di paglia. Se penso che due giorni fa stavamo cavando via la mia moto da un fossato, ricoperti di fango su un altopiano spazzato da venti gelidi, mi sembra un'altra vita. E' una mattina surreale, l'avevo premesso.

Dopo un po' di (meritatissimo) ozio, l'Uomo Forte finalmente si palesa: è Marco, che sostiene la necessità di andare a visitare Merzouga perché non si può mica venire fino in Marocco per poi stare a mollo in piscina, no? Che poi il fatto che ci abbia provato anche lui, a fare il bagno, ma non s'è portato il costume e ritenga che l'acqua sia troppo fredda non c'entra nulla, sicuramente.

Ma in questo momento egli è l'Uomo Forte, quello con un progetto in mente, non possiamo dire di no. Passa un po' di tempo ed eccoci di nuovo equipaggiati di tutto punto, caschi stivali e protezioni, che affrontiamo i km di sterrato che dall'albergo portano alla strada e a Merzouga. Che purtroppo -non me ne vogliano i simpatici marocchini- si rivela essere un vero cesso di paese. C'è poco o nulla, quattro case sgangherate in croce e un nugolo di tour-operator locali che cercano di venderti di tutto, dal giro in dromedario a quello in jeep, dalla visita al vicino laghetto agli adesivi del Marocco.

Ci fermiamo per il pranzo, non prima che Marco faccia il suo primo incontro con la sabbia vera: su una stradina secondaria che stavamo percorrendo alla ricerca di qualcosa di vagamente interessante da vedere, si imbatte per primo in un "vascone" di sabbia finissima, ci si insacca a passo d'uomo con il Transalp e cade come una pera cotta. (*)

Niente danni, niente bua, ma è comunque un momento importante perché è il primo contatto vero con la sabbia del deserto e ORA finalmente ciascuno capisce cosa vuol dire guidarci una moto sopra (Marco: "ma come si guida su 'sta roba?! Ma voi siete PAZZI!!")

Dopo pranzo facciamo l'unica cosa che ci viene in mente, ovvero foto con dune sullo sfondo e filmati con dune sullo sfondo, Simone trova il modo di stendersi con il suo GS su un pezzo di sabbia soffice travestito da sabbia dura e poi via, di nuovo verso l'albergo con l'immagine della piscina ben impressa nella mente!

Arriviamo stremati dai 33 gradi di temperatura, puzzolenti e sudati fradici, ringraziamo Marco per la Decisione Non-Poi-Così-Giusta di andare a Merzouga e ci ributtiamo in piscina prima di collassare al suolo. Seguono indimenticabili momenti di penniche, giocate a Bang!, stesura del blog e cazzeggio spontaneo.

Rimane tuttavia una cosa da fare, un'importante tappa di questo viaggio che abbiamo rimandato fino al tardo pomeriggio per non morire arrostiti nel tentativo. Bisogna provare a cavalcarle, le dune! Il più determinato di tutti è Emiliano, che con il Pegaso -per una volta- ha un chiaro vantaggio su tutti gli altri, avendo la moto più leggera. Sembra inoltre essere l'unico ad avere il coraggio di affrontare con un mezzo a due ruote le stesse dune su cui a volte è difficile camminare a piedi, fatte di sabbia quasi impalpabile e pareti spesso ripidissime, in cui si affonda facilmente fino alle caviglie.

L'inizio è molto cauto e Emiliano "ci gira intorno" (sia in senso figurato che pratico) più di una volta, ma una volta raccolto il coraggio, sotto le sferzate da consumato coach di Giacomo ("Daje er gassoneeeeeee!!!"), si lancia sulla prima duna, riuscendo a salirla fino in cima senza cadere o fermarsi. Applausi, urla, abbracci, foto in tutte le pose possibili e immaginabili! Ce l'ha fatta!!

Vedere Emiliano che comincia a fare su e giù sulle dune mentre io faccio foto mi fa troppo rosicare, penso "ma sì, chissenefrega!" e corro a prendere Carlotta al parcheggio. E' senza valigie e bagagli, ma sono pur sempre quasi 300 chili di Adventure, per di più azzoppata davanti e con vari pezzi che si tengono col nastro adesivo. E io sono in jeans e maglietta. Ma si vive una volta sola, ogni lasciata è persa, e quando mi ricapita, e tante altre cose che mi ripeto come un mantra mentre mi avvio un po' titubante verso la prima duna.
I primi tentativi falliscono per eccesso di prudenza: provo a salire a velocità troppo bassa e dopo pochi metri la moto comincia a sprofondare letteralmente, rimanendo conficcata nella sabbia. Scenografico, ma ho fatto sì e no 20 metri! Non va bene.
Con l'aiuto degli altri la riportiamo giù e riprovo. Idem.
E' al terzo o quarto tentativo che mi decido a spalancare il gas come si deve e a buttare tutto il peso indietro (**) e finalmente, in un misto di esaltazione e terrore salgo senza rallentare, con la moto che sembra galleggiare sulla stessa sabbia che fino a poco fa mi inghiottiva quasi istantaneamente! Va, va, va! Credo che se volessi potrei continuare così ancora per un po', ma preferisco fermarmi sulla sommità e godermi il mio personalissimo successo. Per questo viaggio il jolly me lo sono già giocato, meglio non esagerare!

Sono contentissimo, ammiro al mia Carlotta conficcata nella sabbia in estasi mentre Emiliano continua a salire e scendere dalle dune dimentico di tutto. Ormai non lo fermiamo più, ci ha preso gusto e si diverte come un bambino, tra noi scherziamo sul fatto che per fortuna tra poco finirà la benzina e dovrà fermarsi per forza! Un'improvvisa caduta (da cui si rialza ridendo) lo convince che è arrivato il momento di riposarsi. Il sole sta calando, le nostre ombre e quelle delle moto si allungano per decine di metri su uno dei paesaggi più spettacolari che io abbia mai visto.

Siamo felici, siamo in Africa.

(Tommygun)

(*) la mia performance acrobatica di qualche giorno fa mi consente di sminuire le cadute di tutti gli altri, fatevene una ragione.
(**) Giada, se leggi questo sii fiera di me!

domenica 6 maggio 2012

verso Sud

Miracolo confermato. La moto di Claudio riassemblata durante la sera e la mattina presto funziona perfettamente!

Ripartiamo da Tinerhir verso le 11 lasciandoci alle spalle tante belle persone ed una cittadina che in poche ore ci ha lasciato tante emozioni.
Il programma di oggi prevede la visita alle gole del Dades (che avremmo dovuto vedere 2 giorni fa se Claudio non avesse deciso di fare l'esibizionista e mostrare a tutti noi come si cade con grande stile) che si trovano 80 km ad ovest; ritorneremo poi sulle nostre tracce ripassando ancora da Tinerhir per dirigerci tutto a est verso Merzouga.

La strada per il Dades è decisamente noiosa fino a Boulmane Dades (50km), da li svolta verso nord e dopo 30 km di montagne che svettano sul verde fiammeggiante del fondo valle, kasbah e castelli di fango rosso incandescente arriviamo ai famosi tornanti che costituiscono una delle cartoline più famose del Marocco.
Pranziamo come veri turisti sulla terrazza che domina la gola con gli immancabili spiedini, le immancabili patatine fritte, gli immancabili cuori infranti da Emiliano che catalizza l'attenzione di alcune ragazzine "local" probabilmente in gita, le chiacchiere con l'irlandese arrivato fin li dalla sua isola.
Per un momento mi sfiora la consapevolezza che il nostro viaggio poteva finire pochi km più a nord di dove siamo ora, in quel maledetto fosso...

Ripartiamo verso le 15.30, senza troppe pretese di arrivare davvero a Merzouga e ci ributtiamo sulla noiosa strada di prima.
Ripassiamo da Boulmane. Ripassiamo da Tinerhir.

C'è un caldo bestia, se consideriamo che l'altro ieri ci siamo svegliati con il ghiaccio sulle moto fanno oltre 30 gradi di escursione termica...però finalmente cominciamo a sentirci in Marocco, in Africa!
Con il passare delle ore ci rendiamo che la lunga, noiosa ed assolata strada ha un pregio: ci ha fatto tenere una media alta e ci convinciamo che Merzouga si può fare. E si fa.

L'arrivo all'Auberge du Sud è trionfale e "scomodo": 8 km di pista da affrontare decisi e a gas aperto per controllare le moto su tratti di toule-ondulè (ribattezzato "cul de sac" da Emiliano) e piccole buche di sabbia. Di fronte a noi le imponenti dune infuocate dal sole che cala alle nostre spalle, ma siamo troppo concentrati sulla pista per poter alzare lo sguardo.
Tuttavia l'impatto con il deserto è rimandato di pochi minuti, quando fermiamo le moto nel parcheggio dell'albergo, posto di super lusso che si trova direttamente sulle dune con tanto di piscina!
Ce lo siamo meritati un pò di confort, O NO??!

Il sole è ormai calato, non ci siamo potuti godere il tramonto con calma ma recuperiamo con una spettacolare serata di luna piena che rischiara le dune a giorno. Per il tramonto abbiamo tempo domani, ci fermeremo un giorno intero per giocare un pò con la sabbia prima di affrontare gli ultimi giorni, c'è ancora tanta strada da fare!

terza gallery

sabato 5 maggio 2012

Inch'Allah


Sarò breve perchè stranamente è tardi (sono le 00.45)
Claudio e la moto sono arrivati a Tinerhir in camion, noi lo abbiamo raggiunto dopo poco. Qui abbiamo trovato ad attenderci un amico del padrone dell'hotel di ieri sera che parla inglese e che ci potrà aiutare a trovare il meccanico che dovrebbe fare al caso nostro.
Mohamed (Moha) si dimostra immediatamente preziosissimo ed estremamente gentile e capace. La moto viene portata nell'officina (solito bordello di motori lanciati ovunque, pavimento di terra intriso di olio di anni di lavoro, il cielo come tetto, attrezzi sparsi dappertutto) ed in quattro e quattr'otto il radiatore è smontato e pulito per essere saldato.

Scopriamo con estrema preoccupazione che uno stelo della forcella è ok, ma l'altro piegato vistosamente e assolutamente bloccato. Con l'intermediazione linguistica di Mohamed riusciamo a dialogare con il meccanico e spiegargli le 2 cose che non conosce di questa moto: via la ruota anteriore, via lo stelo che viene portato a missile verso chissà chi che forse potrebbe compiere il miracolo di raddrizzarlo.
Non ci rimane che ingannare il tempo visitando Tinerhir e fare un pranzo/merenda a base di carne di montone cipolle e pomodori.

Incontriamo nuovamente Mohamed che ci guida attraverso le strette viuzze della medina vecchia nella zona dedicata alle donne, dove vanno a scegliere i propri vestiti. Qui al contrario del resto della città dove la stragrande maggioranza della gente per strada sono uomini ci sono esclusivamente donne nei loro abiti sgargianti.

Respiriamo ammirati i profumi delle erbe e l'atmosfera calma di queste vie, dirigendoci poi verso il quartiere ebraico. Case di fango e paglia, soffitti di travi di legno e canne di bambù, aria di abbandono e rovina carica di fascino e storia, bambini che ci sorridono e riescono a storpiare il nome di Marco in Pappo.
Il nostro giro si conclude dentro ad una casa dove vengono fabbricati tappeti a mano: c'è un'atmosfera intima e semplice, un'aria di ospitalità sincera e profonda nella donna berbera che ci accoglie. Ride di gusto, non parla una parola di francese ma sa farsi capire e spasima evidentemente per Emiliano che in imbarazzo e certamente fedele ad Elena rifiuta le avances sfacciate di questa signora di mezza età evidentemente dedita al cibo e poco alla palestra :-)

Ovviamente il fine ultimo della visita, delle spiegazioni che ci sono state date sul modo di fare i tappeti con lana di montone, dromediario o fibre di agave, era di venderci un tappeto ma la delicatezza dei modi e la dolcezza del parlare ci hanno veramente conquistati.

Sono ormai le 20 quando torniamo dal nostro amico meccanico e...LO STELO E' STATO RADDRIZZATO!!! Certo non è stato fatto un lavoro di fino, certo lo stanno lisciando con la carta vetrata grana modello sassi, certo per raddrizzarlo è stato fatto qualche segno ma chissenefrega!! Provate in Italia a piantarvi un venerdi pomeriggio a 2800 metri sopra una montagna con una sola pista sterrata per arrivarci: quante probabilità pensiate che ci siano di trovarvi il sabato sera alle 20 con un grave danno riparato senza avere a disposizione alcun ricambio? Ve lo dico io...ZERO.

Questa gente, tutti, ci hanno accolto come amici e ci stanno trattando come tali. Il pastore berbero sulle montagne, il gestore dell'albergo di Agoudal, Mohamed che è stato con noi tutto il giorno aiutandoci e facendoci da guida in cambio di un caffè, il meccanico ed i suoi scagnozzi che non si sono fermati davanti a nulla e hanno fatto un vero e proprio miracolo in poche ore. La gente tutta, quelli che incontri per strada e quando sanno che hai un problema con la moto ti augurano fortuna, quelli che incroci e ti chiedono come stai, come va, vogliono parlare e sapere.

Tutti ci hanno aiutati nonostante per loro potremmo essere i ricchi italiani da spennare.
E' stata una giornata molto emozionante e molto toccante in certi momenti. E' evidente che da un episodio in sè negativo ne è uscito tanto bene. Siamo felici e rinfrancati, domani si riprende a motare.

Avevo promesso di essere breve, come al solito sono prolisso fino allo sfinimento...

ancora foto

venerdì 4 maggio 2012

The flying Duckman


Parto dalla fine: stiamo bene, anzi da dio. E soprattutto Claudio sta bene a parte la ferita nell'orgoglio e il morale rimasto nel fosso.

Premesso questo, che è la cosa fondamentale, vi racconto la giornata vista da ultimo della fila (da moto scopa insomma)

Lasciamo l'albergo dove abbiamo trascorso la notte dopo aver assolto ad un paio di compiti importanti: aggiornare il blog dall'unico computer del paese di Imilchil dotato di linea internet e saldare il telaio destro delle valige del Pegaso che aveva patito lo sterrato del giorno prima.
Espletate queste operazioni facciamo rotta verso le famose gole del Dades che scoprireremo da qui a poco che per oggi rimarranno un miraggio. 40 km di asfalto e presso il paese di Agoudal svoltiamo lungo la pista sterrata che conduce alle gole. Inutile che vi dica che anche questa pista che sale tra le montagne, attraversa gole e piccoli torrenti è uno spettacolo mozzafiato...
Saliamo leggeri e spediti, salvo qualche breve tratto la strada è semplice e non ci mette in difficoltà. In poco più di 20 km ci ritroviamo a 2800 mt, e stranamente il nostro oggetto di prese per il culo (il Pegaso, l'avreste mai detto?) continua a trottare vivace.

Sosta esilarante in quota dopo il guado di un micro torrentello che taglia la pista di argilla rossa: 3 di noi passano agili e puliti, io e Claudio che chiudiamo la fila leggermente attardati abbiamo la (s)fortuna di attraversare dopo il passaggio di un Unimog di francesi (avete presenti i camion di Overland? Ecco...) che scava il torrente e lo rende una pozza di fango...le foto che Claudio sicuramente caricherà parleranno per me. Mamma, Simo...preparate le lavatrici, sono una crosta di fango con le gambe!!!
Dicevo, pausa sigaretta foto al fango e risate, tempo per guardare Giacomo che fa il teppista sul fianco della montagna con la moto e l'appoggia per terra fischiettando e facendo finta di niente, tempo per raccogliere Emiliano che dopo 20 metri che siamo ripartiti dice che si è distratto e si è spalmato per terra, ed arriva il pezzo cult della giornata...interprete Claudio "the flyng Duckman" (per via del papero di pezza che si porta in giro per il mondo come gli gnomi del papà di Amelie).

Ripartiamo dal luogo di distrazione di Emiliano e non facciamo in tempo a percorrere 100 metri: davanti a me ho Marco, e davanti a lui Claudio che in un istante vedo partire perpendicolarmente alla pista verso destra. Un istante durato un secolo per noi che seguiamo...vola sopra al profondo fosso che costeggia la strada, la moto si insacca lì dentro e lui come un super eroe da 4 soldi la scavalca e decide di arare la terra con il casco.

Da bravo e cosciente motociclista la prima cosa che fa è alzare un braccio per farci segno che tutte le ossa stanno al proprio posto, Marco per la fretta di accorrere molla la moto in terra (caro Marco, sappi che nonostante l'emergenza ti verrà conteggiato come caduta!).

Tempo pochi minuti e siamo già al lavoro, Claudio seduto per terra che riprende fiato e si calma, io e Marco che proviamo a capire come far uscire 4 quintali di moto da un fosso profondo 1 metro e mezzo.
Ci pensa la mano dal cielo che abbiamo imparato che in Marocco arriva quasi sempre sotto forma di una persona che fa di tutto per aiutarti (certo...mica sempre aggratis): in questo caso è un pastore berbero che molla le sue pecore per venire con piccone e badile a scavare una rampa per far risalire la moto.
La conta dei danni alla moto sulle prime pare miracolosa: un faretto, il becco in plastica, qualche graffio, persino il blocco anteriore ruota cerchio e forcelle pare miracolosamente illeso. Quando stiamo per cantare vittoria un piccolo sgocciolio di olio ci riporta sulla terra...radiatore dell'olio ammaccato, la moto se accesa perde parecchio olio. Fine dei giochi, cosi la moto non si può muovere di qui.

Il pastore si offre di chiamare un camion che ci venga a prendere da Agoudal, lo carico sulla mia moto e sobbalzando facciamo un paio di chilometri per raggiungere l'unico punto della montagna dove c'è un vago segnale telefonico. Tra una trattativa, un mio primo rifiuto scandalizzato, un giro per tornare a consultarmi con i miei compagni, un salvataggio in corner grazie ad un carica batterie solare dono della mia mai cosi prediletta mogliettina che rianima il cellulare del pastore, accettiamo la sua proposta e ci mettiamo ad attendere pazientemente l'arrivo del camion sul luogo del misfatto.

In tutto questo andirivieni avviso a casa che i guadi fangosi sono diventati sei.

La giornata, volo del super eroe a parte, è meravigliosa: ce ne stiamo quassù in grazia di dio, mangiamo risotto knorr, ridiamo, pigliamo per il culo Claudio che trova pure la forza di accettare con un sorriso...e chi ci ammazza?

Ormai si sta facendo tardo pomeriggio, il resto della giornata si consuma in un lungo viaggio di Claudio strizzato su un camion pieno di gente che si carica la moto, nel nostro ritorno ad Agoudal ad attenderlo, nella solita orda di bambini che ci rincorre lungo la strada o che si sporge per farsi dare un "5" o per chiedere soldi, in scene da vera Africa piene di gente che vive nella strada la propria giornata, in file di uomini seduti in terra contro i muri delle case ad osservare in silenzio e nella luce del giorno che si spegne l'andirivieni di questi italiani in sella a grosse moto che non sanno bene dove andare e che portano rumore e polvere in giro per il villaggio.
Riunitici a Claudio scarichiamo la moto ed attendiamo l'arrivo del meccanico del paese, il quale ci dirà che non è attrezzato per saldare il radiatore e per riparare la forcella che ci siamo accorti poco prima essere piegata.

Domani altro giro in camion per Claudio, destinazione Tinerhir. Paese più grande, meccanico più attrezzato, speriamo che ci dica culo :-)

PS: nonostante i guai, il morale è solidissimo e ridiamo parecchio. Sono felice di essere qui con questi ragazzi.

I believe I can fly

Oggi sono successe un po' di cose, abbiamo attraversato posti meravigliosi e visto gente interessante e tanto altro, sicuramente Simone se avrà voglia vi racconterà tutto nei dettagli.

Ma è chiaro che oggi verrà ricordato come il giorno in cui mi sono lanciato in un fosso, con il più spettacolare volo del viaggio e in generale della mia carriera motociclistica.

Dico subito che sto bene, non mi sono fatto praticamente nulla grazie alla bassa velocità e all'abbondanza di protezioni che avevo indosso. Mentre scrivo ho giusto un livido su una coscia e un po' di torcicollo.
Un po' meno bene sta la povera Carlotta (la moto, insomma), che per mia colpa si è tuffata di testa in un canalone al lato della pista sterrata su cui stavamo andando, una bella trincea di terra battuta profonda più di un metro. Io sono atterrato direttamente al di là, in modo tutto sommato morbido ma non particolarmente elegante, almeno così mi dicono Marco e Simone che mi seguivano e che hanno assistito in diretta all'epica performance. Mentre volavo pensavo: ho distrutto la moto.
Non è andata proprio così per fortuna, ma nell'impatto col terrapieno si sono in effetti staccate/spaccate un bel po' di parti non strettamente necessarie, che ora vivono una seconda vita nastrate sul Transalp di Marco. Purtroppo si è anche bucato il radiatore dell'olio e -forse- piegato uno stelo della forcella. Insomma senza le necessarie cure meccaniche non posso proseguire.

Ci sarebbe un bel po' da raccontare poi sull'impresa non banale di tirare la moto fuori dal fosso, sui nomadi Berberi che ci hanno aiutato, sul camion che abbiamo dovuto (profumatamente) pagare per riportarla al più vicino villaggio, ai tentativi di riparazione/autopsia che i miei amici stanno operando in questo momento fuori dal discutibile albergo in cui abbiamo trovato riparo per la notte. Ma ora c'è da organizzare un ulteriore trasferimento della moto verso un'officina più attrezzata, vagliare le ipotesi su come proseguire il viaggio, valutare pro e contro di ogni possibile scelta.

E ritrovare un po' del buonumore che è rimasto nel fosso.

le prime foto...

Da oggi in poi, ogni volta che potremo, caricheremo un po' di foto qui:

https://plus.google.com/107618747295461306734#photos/107618747295461306734/albums/5738620908422180305


giovedì 3 maggio 2012

Battesimo cresima e comunione della polvere

Sveglia ore 6.30. Aziz ci aspetta, e noi ci aspettiamo che sia riuscito a sistemare la  Pegaso di Emiliano. Arriviamo li alle 8 dopo una veloce colazione, e ne usciamo poco prima delle 10 con nuova speranza per il prosieguo del nostro viaggio.
In mezzo 2 ore di chiacchiere con Aziz, con Remy che viene da Ait Benhaddou apposta per farsi sistemare il camper e con qualche marocchino di passaggio che ha vissuto in Italia (finchè c'era lavoro!). Aziz è un grande, è un vecchiettino con una  barba cosi, ha un assistente più vecchio di lui con il quale litiga di continuo, la sua officina sembra la casa di Jason di Venerdi 13, ed è buono...sorride sempre e ti parla di lui, della sua Harley tutta a pezzi che sta nel retrobottega, della sua bicicletta Atala ("c'est itelienne"), mentre nel frattempo l'assistente lancia in terra in giro per l'officina le chiavi che ha finito di usare.
Giusto il tempo di caricare i bagagli e riattacchiamo lo sterrato del Cirque de Jaffar, pista che sale da 1500 mt fino a 2250.

Il Pegasino soffia sputa e bestemmia (Emiliano pure) per cercare di non affogare nella sua stessa benzina che si trova sempre più senza aria man mano che saliamo di quota. L'impresa di tenerla su di giri diventa sempre più ardua, e in uno dei punti più difficili in una ripida salita con sassi smossi inauguriamo la conta delle cadute (emiliano appunto...). Un  minuto dopo lo raggiungo in classifica, sdraiando l'adventure cercando di ripartire sulla sopracitata ripida salita. Buono...2 cadute in pochi minuti, cominciamo forte!
Ci imita Marco a breve con una appoggiata dopo aver tentato di scalare la montagna fuori pista.
Le cadute però non ci tolgono buonumore e stupore per la bellezza dei posti che stiamo attraversando.
Raggiunto il punto più alto della pista iniziamo a scendere convinti che il più sia fatto...sciocchi! Il Pegaso nonostante le cure di Aziz va uno schifo, non sta acceso, quando si spegne fatica a ripartire, siamo su una strada pessima stretta che piega verso il fondovalle e devi stare tutti di traverso per non finire di sotto. Insomma...un casino, e infatti fatichiamo 2 ore per percorrere forse 5 km. Dopo aver raccolto Emiliano dentro ad un ruscello sempre a causa delle bizze della sua moto la strada fortunamente migliora e pur rimanendo sempre in quota intorno ai 2100 mt si fa più veloce e la guida del Pegaso si fa più spedita e fluida...e noi con lui. Cominciamo finalmente a prenderci gusto, a mangiare polvere con gusto e sudando contenti. Un paio di passaggi da pelo dritto sulla schiena brillantemente superati da tutti, anche dai battesimandi, e il Cirque è alle spalle!

Troviamo il tempo di sbagliare strada (facendo avanti e indietro per circa 50km di asfalto), di saltare il pranzo, di fare il pieno in un paesino microscopico dove la benzina sta in un garage dentro ad un bidone di latta, di chiedere indicazioni e di ricevere immancabilmente quella sbagliata (motivo in parte anche del nostro errore di rotta). Tutto questo prima di infilarci in un pomeriggio ad alto divertimento motociclistico/fuoristradistico e ad un alto godimento paesaggistico/naturalistico. Sappiamo che dobbiamo puntare su Tounfit e da li proseguire verso ovest per raggiungere Imilchil: escludiamo la pista che passa da sud perchè due signori in jeep lungo il Cirque ci hanno detto che quella sale a quote piuttosto alte incompatibili con i problemi di carburazione del Pegaso.

Il Marocco ha una cosa spettacolare: tu ti aspetti una cosa banale, tipo una strada asfaltata, ci sono dei paesi sulla mappa e tu pensi "saranno collegati da qualcosa di simile ad una strada no? NO! Convinti di fare solo asfalto ci siamo infilati a piedi pari dentro ad un pomeriggio di montagne brulle e gialle solcate da vallate verdi smeraldo, paesini dispersi nel nulla, canaletti che attingono la poca acqua dai torrenti fangosi per distribuirla capillarmente e far germogliare la terra dove non penseresti che fosse possibile, polvere. Polvere. Polvere. Mamma mia quanta polvere abbiamo mangiato e respirato!!
La strada è magnifica schiacciata com'è tra il fondo della valle e la fiancata della montagna, segue sempre il fiume sul lato destro e pare non finire mai. Ovunque bambini, decine di bambini saltano fuori dai posti più impensabili per correre sul ciglio della strada e salutarti, farti il dito medio, chiederti soldi, sorriderti, mostrarti un agnellino o magari guardarti semplicemente con 2 occhi grandi cosi senza sapere cos'altro fare. Con alcuni di loro ci scappano anche 2 tiri a calcio.
Ovunque, qui come da nessun altro posto che abbiamo visto fin'ora, un'infinità di ciuchini magri magri che portano in giro sul dorso persone e carichi molto più grandi e pesanti di quanto le loro zampe ossute sembrerebbero poter sopportare.

Quando ritorniamo sull'asfalto (ben contenti) sono le 18.30 passate e Imilchil dista ancora 80 km buoni. Siamo cotti dalla fatica, dallo stare in piedi per guidare queste moto pesanti e cariche, dalla fame, dallo sforzo di rimanere concentrati per non cadere. Chiediamo informazioni sullo stato di questi ultimi km che mancano, e riceviamo la solita rassicurazione che la strada è ottima e veloce: cosi è per buona parte, nella quale ci distendiamo e dopo tante ore finalmente riscopriamo l'ebbrezza di mettere marce superiori alla terza e di aprire un pò la manetta.
Ci riserviamo come aperitivo pre-serale gli ultimi 30 km fatti di asfalto ma interrotto spesso da tratti di 100-200 metri di strada bianca, un piccolo guado, buche assortite, una brusca risalita della strada fino a 2450 metri, una temperatura di 6°.
Per oggi può bastare...botta di culo troviamo appena prima di Imilchil un bell'albergo stile kasbah completamente per noi, molto pulito e soprattutto con un bagno enorme e doccia rovente.
Qui sono le 00.12, me ne vado a letto perchè sono in piedi dalle 6.30 e non so nemmeno più cosa sto scrivendo

mercoledì 2 maggio 2012

The Drinking Mythos

Sono solo le dieci di sera mentre  scrivo queste righe, eppure sono già a letto e dalle facce di tutti di poco fa si sarebbero dette le tre di notte. Siamo felici ma stanchi morti, per molti versi è stata la prima giornata vera di viaggio e la fatica si fa sentire tutta. Come se non bastasse, domattina tocca svegliarsi alle 7 perché c'è da prendere il Pegaso di Emiliano dal meccanico... ma una cosa per volta.

La mattina comincia nell'albergo di Fez con una colazione luculliana e propositi battaglieri: scendere a Sud fino a Midelt, passando per la foresta di cedri di Azrou

Siamo pronti a partire con sospetta puntualità, è rvidente che ormai si stanno rodando i vari meccanismi di preparazionne e carico bagagli di ogni mattina. Peccato che al momento di andarsene, il Pegaso non parta. Ecco. Cioè, qua sono solo due giorni che siamo in giro e già c'è da spingere una moto in mezzo ai passanti, per metterla in moto "a strappo". Che voi forse non vi rendete conto, ma non c'entra niente con l'immagine di rude e maschio motociclista avventuriero che così faticosamente ci si costruisce per anni. Insomma, spingi qui e smadonna di là, alla fine l'apriliona parte, ma solo perché Giacomo ha l'intuizione di verificare la posizione dell'interruttore di emergenza, che infatti era su OFF. Giacomo 1, Emiliano 0 (con disonore).

Il viaggio della mattina scorre liscio e senza troppe sorprese. L'attraversamento dei sobborghi di Fez, tratti di strada attraverso piccoli villaggi immersi nel verde, una sosta per fare benzina al Pegaso, alcune alture rocciose spazzate da un vento freddo e tagliente, una pausa sigaretta-sgranchimento-chiacchiera, l'attraversamento -davvero commovente- di un piccolo villaggio all'ora dell'uscita da scuola, con folle di bambini che ci correvano incontro festanti e salutavano sbracciandosi dai lati della strada.
E poi di nuovo qualche sosta per fare foto e riprese, un'altra visita al benzinaio per fare il pieno al Pegaso, ecc.

Ora, spero mi scuserete se faccio un breve commento molto personale, rivolto al proprietario dell'allegro monocilindrico. Luca, lo so che stai leggendo questo blog. Volevo dirti che questa cosa del Pegaso che fa 10 km con un litro e va in riserva ogni 30 minuti un po' la trovo divertente, mi ricorda bei momenti che abbiamo passato insieme e tanti aneddoti simpatici.
Dico davvero.
Però checcavolo, eh! Stiamo senpre a far benzina! Sarà da ridere quando non ci saranno più distributori ogni 20 km... qualcosa ci inventeremo.

Nel frattempo, tra una sosta e l'altra, ci rendiamo conto che della foresta di cedri non c'è ombra, non si trova. La strada che abbiamo preso, nonostanta vada nella direzione giusta, non è evidentemente quella che pensavamo e ci ritroviamo più a Est del previsto. Decidiamo perciò di puntare direttamente su Midelt senza indugiare oltre. Arrivarci prima del previsto sarà comunque un vantaggio, dato che da lì parte il cosiddetto Cirque du Jaafar, un percorso fuoristrada molto suggestivo che avevamo intenzione di fare il giorno dopo. Arrivando in anticipo potremmo lasciare tutti i bagagli in albergo e andare a saggiare il percorso con le moto scariche (e quindi più facili da guidare) a beneficio soprattutto di Marco e Emiliano che non hanno esperienza di guida in fuoristrada. Noialtri invece siamo dei fichi che sanno già fare tutto bene, nel caso non aveste capito il messaggio implicito nella frase precedente, eh.

E' più o meno l'una passata quando il paesaggio comincia a mutare radicalemente. Dopo grandi pianure piene di verde e pascoli, con imponenti catene montuose innevate a fare da sfondo, cominciamo a salire la tortuosa strada che porta a un valico.
Ancora poche curve e si apre davanti a noi un panorama spettacolare: una distesa brulla immensa, spazi aperti a perdita d'occhio attraversati da una lunghissimo rettilineo senza anima viva. un altopiano desertico a nostra completa disposizione, dominato dall'azzurro del cielo e dal color ruggine della terra.
Gli  ultimi chilometri volano via in un attimo, portandoci dritti a Midelt e da lì, finalmente, all'albergo: un luogo spettacolare indicatoci da un abitante del posto, una specie di villa/fortino isolato sulla sommità di una collina, da cui si domina tutta la valle circostante e da cui in pochi minuti si arriva al "circuito" in fuoristrada di Jaafar.

Mangiamo qualcosa al volo, diamo un po' di consigli su come affrontare la guida sullo sterrato e cerchiamo di tranquillizzare i nostri compagni neofiti sul fatto che non è niente di trascendentale o di pericoloso. Non so perché ma le nostre rassicurazioni non sembrano particolarmente efficaci, anche se sospetto che i discorsi tra me, Giacomo e Simone su quali pezzi togliere dalle moto per non danneggiarli nelle cadute, le dissertazioni su quali tasche preferire per tenere telecamere e macchine fotografiche perché meno esposte in caso di caduta, nonché le protezioni aggiuntive da noi indossate (sempre perché, beh, in caso di caduta!)... insomma sì, siamo un po' stronzi! Eheh...

E invece alla fine (come era ovvio) non solo non è caduto nessuno, ma i pochi chilomeri fatto sono stati divertenti per tutti. La normale insicurezza dei primi minuti si è velocemente dissolta come nebbia al sole, il passo e la confidenza sono aumentati in modo evidente ed è stato emozionante riassaporare il piacere così difficile da descrivere di muoversi solitari in scenari bellissimi, con la terra e le pietre che scorrono veloci sotto la moto, senza nessun altro in vista per distanze apparentemente infinite. Meraviglia.

Peccato solo che il Pegaso a un certo punto si sia piantato.

Eh già, dopo qualche singhiozzo e sputazzo il monocilindrico dell'Aprilia ha deciso che per oggi poteva bastare e ha gettato la spugna, lamentando un'altitudine non appropriata per il suo fine palato. Per la cronaca (e per Luca, che forse avrete intuito essere il proprietario del mezzo) stavola parliamo di 1800 metri.

Si decide che l'unica cosa sensata da fare è tornare verso l'albergo e cercare un meccanico che possa mettere mano alla carburazione della simpatica moto color granata. Sfruttando la strada in discesa e il fatto che a quote più basse il Pegaso sembra respirare di nuovo riusciamo a portarlo fino al paese, dove nel frattempo abbiamo scoperto esserci un'officina adatta al nostro caso.

Lì Giacomo e Emiliano fanno la conoscenza di Aziz, un meccanico apparentemente molto abile e promettente a dispetto della discutibile officina in cui lavora. Uno che tra le altre cose ha "saggiato" la benzina della moto con le mani prima di stabilire che conteneva acqua. Mah. In ogni caso l'ha smontato da cima a fondo e ci lavorerà durante la notte. Per domattina speriamo che sia tutto a posto.

ORA sì che le cose cominciano a farsi davvero interessanti. Benvenuti in Marocco, verrebbe da dire.



PS: tanto per non farci mancare nulla, la mia moto ha un trafilaggio d'olio dal cardano. Sembra solo un trasudo per ora, speriamo non peggiori. Lo scrivo per dire che al Pegaso in fondo gli vogliamo bene, perché almeno non fa finta di essere inarrestabile!

PPS: sarà pure Africa, ma qua fa un freddo boia! Però c'è il sole. :)


Ma oggi è oggi o è ieri...e poi, MA CHE ORE SEI TU?

Allora...il tittolo è il prodotto di una giornata che stasera a cena dicevo essermi sembrata infinita. Se ci penso mi sembra lontanissimo il ricordo del risveglio di questa mattina, la luce abbagliante che si riversava sulle mie palpebre troppo sottili per poter continuare a dormire ancora un poco. E' lontanissimo seppure distante solo poche ore il rumore di una Tetouan semi addormentata come buona parte del mondo il primo maggio, il profumo di pane caldo e fresco che sale fino  al settimo piano, il volo di centinaia di rondini sopra i muri bianchi della città.
La giornata è cosi lunga e cosi ricca di dettagli, profumi, freddo, volti, lingue, paesaggi da essere sminuita dalla condensazione in poche righe scritte da un modesto hotel della medina nuova di Fes all'1.34 di notte. Ma tant'è...se lo facessi domani sarebbe peggio.
Partiamo da Tetouan in direzione Fès (la meta da programma sarebbe Azrou, 80km + a sud, ma già sappiamo che non ce la faremo mai) poco prima delle 10. Ci aspetta una lunga e tortuosa strada di montagna nella regione del Rif che è uno spettacolo di verde brillante su una terra rossa rossa, con le cime delle montagne + alte sporcate di neve. La strada è lentissima, vuoi perchè trafficata, vuoi perchè siamo carichi, vuoi perchè l'asfalto non è proprio di tipo drenante e liscio ma piuttosto generoso in buche a tradimento, per cui arriva l'ora di pranzo e di strada ne abbiamo fatta davvero poca. Da segnalare poco prima di mezzodi una sosta per un corroborante tè alla menta (il primo di tanti penso) a Chefchauen, cittadina al solito iper incasinata che si fa riconoscere per le sue case dipinte di una particolare tinta di blu-violetto (non ci facciamo mancare la manifestazione dei taxisti incazzati e strombazzanti, saranno stati 15 ma facevano casino per 50).
Dicevamo...pranzo lungo la strada e via verso Ketama, segnalata sulla Lonely Planet come posto da evitare come la peste. Dovete sapere infatti che la regione del Rif da dà mangiare a 800.000 persone nel settore "fumo" (nel senso di hascish), qui si concentra la maggior parte della produzione mondiale. Ecco ora immaginatevi che qui la distribuzione al dettaglio viene fatta ogni 100 metri da bambini, adolescenti, ragazzi, uomini e vecchi che ti si lanciano in mezzo alla strada sventolando il loro pezzettino di fumo, o che se appena ti fermi ti si lanciano addosso chiedendoti se vuoi fumo. Devo dire che lo spettacolo è un misto di esilarante, raccapricciante e folcloristico, con uno sfondo di degrado e miseria assoluti. Ah, alcuni ragazzini ci hanno tirato pure pietre...avevano forse finito il fumo?
Qui la natura è rigogliosa e generosa, ma è tutto rovinato da discariche a cielo aperto, da sporcizia ovunque, da prati e pinete seppelliti di plastica; i villaggi sono decadenti e, nel caso di Ketama, ti fanno pensare di essere precipitato a Kabul. Attraversare Ketama vuol dire destreggiarsi in mezzo ad una folla di soli uomini, tra centinaia di facce che ti scrutano come un alieno (viene da pensare come una preda, o un cliente...), buche come voragini colme d'acqua, macchine carretti camioncini. Devo ammettere che ne sono uscito con piacere ed un sospiro di sollievo...non che abbia percepito un pericolo immediato, ma è certamente uno di quei posti dove non pestare un piede o urtare accidentalmente con una valigia un passante.
Fuori Ketama la strada sale, bella e curvosa, fino a 1700 mt circa e il freddo si fa pungente. Quando i display delle moto segnano 7,5° capiamo che è l'ora di vestirci un pò di più...ma in Marocco non faceva caldo? Poveri sciocchi!! (io per primo visto che il mio unico abbigliamento caldo è costituito da un pile, null'altro). Ma vabbè, meno male che mamma bmw fornisce buone manopole riscaldate e un ampio parabrezza dietro al quale nascondersi fino a quando i monti del Rif cominciano a digradare in ampie vallate ricoperte di frumento e ulivi a perdita d'occhio. Colline ricoperte di ordinate file di alberi di ulivo per chilometri e chilometri. La strada si fa più veloce, recuperiamo tempo, entriamo stanchi a Fès.
Doccia e cena...semplice no? Eh eh...col cacchio!! Dopo esserci fatti umiliare da 2 taxisti che si rifiutano di portarci alla città vecchia ci incamminiamo. Veniamo abbordati da diversi cagac...ragazzi che vogliono portarci nel loro ristorante, o accompagnare per una visita della medina vecchia. Alla fine cediamo, si sta facendo tardi e non vorremmo chiudesse tutto. Seguiamo questo ragazzo all'interno dello sterminato dedalo di vicoletti di Fès ormai semideserti...volevamo un ristorante e basta, invece ci troviamo a prendere parte ad un indesiderato tour tutto in discesa, poi tutto in salita. Bastano 2 svolte per capire che è inutile tentare di tenersi in mente il percorso per uscirne da soli, la complessità e la grandezza di questa medina è folle. Sporcizia del giorno di mercato appena terminato, gatti che ne approfittano, piccoli capannelli di uomini che parlano e ti fissano mentre passi. E poi ci rompiamo le palle ed entriamo in una porta con scritto ristorante lasciando perdere la nostra guida, trovandoci in un posto magnifico (turistico eh!) a mangiare robe marocchine buone buone. Peccato non aver potuto mangiare in cima alla terrazza che domina dall'alto tutta la medina, ma almeno abbiamo potuto sbirciare un istante.
Favolosa fès, di giorno certamente tanto di più con il caos ed i profumi del mercato. Ma domani si riparte, sempre sud il deserto ci chiama!

martedì 1 maggio 2012

Buona la prima - Tangeri / Tetouan

Le cose belle bisogna sudarsele, non c'è niente da fare. Ci sono voluti 2 giorni di traghetto, 2 giorni a dondolare sulle onde, 2 giorni di luce artificiale, 2 giorni di partite a Bang!, 2 giorni che sapevano di Marocco già dall'imbarco di Genova con la carovana di furgoni ed auto stracariche di ogni genere di mercanzia stipata alla meno peggio sulle cappotte.
Alla fine ce l'abbiamo fatta ad uscire dalla pancia della balena (di ferro) e a posare le ruote in Africa. Certo, il porto di Tangeri non è l'Africa che ti aspetti nei sogni...non ci sono certo cammelli, tende berbere e il deserto ad accoglierti ma strutture moderne che non sfigurerebbero certo in Europa. Ancora un'ora buona tra passaporti e carte verdi, cambio denaro ed assicurazioni stradali e finalmente imbocchiamo la strada.
E' già piuttosto tardi, vorremmo arrivare a Chefchauen ed alle sue abitazioni dipinte di blu che di notte dicono regalare un'atmosfera magica, ma ben presto ci rendiamo conto che dovremo fermarci molto prima a Tetouan.
L'impatto con il Marocco è fatto di montagne verdissime, di un tardo pomeriggio di luce limpida e calda, di scorci di mare visti dall'alto della strada che si inerpica sinuosa, di un freddo pungente che non ci aspettavamo (13°) e di persone gentilissime che si sono fatte in 4 per aiutarci alla prima emergenza benzina in pieno caos cittadino (nei pressi di Ceuta).
Delizie della giornata: il volo di alcune cicogne sopra le nostre teste all'imbrunire. La rupe di Gibilterra che compare nel mio specchietto sinistro per un attimo. Fare 17 litri di benzina con meno di 17 euro :-D
Domani ancora verso sud, sempre sud